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Thomas Hobbes e John Locke a confronto. Assolutismo e Liberalismo. Giuseppe Asaro.


 E' il 1651, siamo nel contesto della dittatura di Oliver Cromwell in Inghilterra, quando Thomas Hobbes , filosofo di mezza età pubblica uno dei libri che diverranno una pietra miliare del pensiero politico moderno: Il Leviatano.


Hobbes e l'assolutismo.
Inserendosi nella prospettiva giusnaturalistica e contrattualistica delineata da Ugo Grozio, Thomas Hobbes darà vita a una dottrina politica concepita in analogia alla geometria euclidea, come rigorosa scienza deduttiva, parliamo in tal senso di geometrismo politico.
Concependo lo stato come artefatto umano, per essere studiato deve essere analizzato partendo dai suoi elementi costitutivi, primo fra questi, la natura umana.
Studiando l'uomo per ciò che è, Hobbes elabora i due principi certissimi sulla natura umana:
L'uomo è mosso dal desiderio di possedere tutto ciò che la natura offre da solo.
Gli uomini sono accomunati da una ragione naturale.
Ed è proprio grazie questa "ragione naturale" che gli uomini hanno paura, tale sentimento di timore è generato dalla consapevolezza di una uguaglianza naturale, intesa come comune vulnerabilità e dal desiderio naturale, ossia dell'egoistica pretesa dei singoli di avere l'esclusiva sui beni della natura. Tali beni però sono limitati e non bastano per tutti, motivo per cui lo stato di natura concepito da Hobbes è un continuo conflitto, una continua guerra di tutti contro tutti.
E' bene precisare che per Hobbes non è possibile collocare tale stato di natura storicamente, in quanto avrebbe comportato l'estinzione della specie umana. Egli parla infatti di stato di natura parziale, in quanto l'uomo non è mai staro del tutto privo di organizzazione civile.
La ragione naturale di cui abbiamo precedentemente parlato, suggerisce agli uomini delle leggi naturali in grado di garantire l'autoconservazione e la propria sopravvivenza, in particolare Hobbes individua tre leggi naturali fondamentali:
Bisogna cercare la pace.
Bisogna rinunciare al diritto su tutto.
Bisogna rispettare i patti.
Ed è proprio da questa terza legge che nascono per Hobbes i concetti di giustizia e ingiustizia, in quanto quest'ultima sussisterebbe nel caso in cui non vengano rispettati i patti tra gli uomini. Ricordiamo infatti che per Hobbes nello stato di natura vige il totale relativismo morale, nulla si può dire giusto o in giusto in quanto gli uomini seguono il diritto di tutti su tutto. In questo senso Hobbes prende le distanze del giusnaturalismo di Grozio, che similmente alla concezione di stato di natura di Locke , riconosce all'individuo in quanto tale dei diritti inalienabili, quali il diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà.
Gli uomini sono però malvagi e ignoranti (riconosciamo un certo pessimismo in Hobbes), e non c'è dunque la certezza che questi rispettino le leggi naturali, in quanto non vi è un individuo talmente forte da obbligare con la forza al rispetto di queste. Gli individui devono allora cedere tutto il loro potere illimitato a un singolo individuo, il sovrano o come lo chiama Hobbes il "leviatano" (creatura con la forma di un serpente marino, nota sia nella teologia che nella mitologia ), il quale sarà in grado di far rispettare le leggi naturali con la forza.
Il passaggio da stato naturale a stato civile e dunque il frutto di un contratto tra gli individui, i quali rinunciano al loro diritto naturale per ottenere una maggiore sicurezza.


John Locke e il liberalismo.
Invece per il padre del pensiero liberale, John Locke, lo stato di natura non è una perenne guerra di tutti contro tutti ma bensì al suo interno gli uomini vivono pacificamente. Questi, in quanto esseri dotati di ragione riconoscono un loro diritto naturale, che si esplica della diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà. Ed è proprio la proprietà che per Locke rappresenta l'istituzione fondamentale dello stato di natura.
La proprietà per Locke si fonda sul lavoro. Nel momento in cui ad esempio, strappiamo la mela da un albero, stiamo esercitando un lavoro, e questa (la mela) dovrebbe essere intesa come estensione del proprio corpo, di cui ne abbiamo chiaramente il possesso.
Dunque è possibile ricondurre alla proprietà tutti glia altri diritti naturali.
Subentrano poi le leggi naturali, le quali sono un frutto della ragione e consigliano all'uomo quei comportamenti da evitare (tutti riconducibili alla violazione del diritto di proprietà altrui).
Anche in questo caso non c'è certezza che l'uomo le rispetti, dunque mediante un patto biunivoco i liberi individui affidano una parte della loro libertà, quella legislativa, al parlamento, e quella esecutiva e federale al monarca. Quest'ultimo non ha potere assoluto, come invece avviene in Hobbes, in Locke il monarca non è più legibus solutus ma è anch'esso vincolato dalla legge. Se il monarca non agisce al fine di giovare ai cittadini o non agisce nel rispetto dei loro diritti natuarali, i cittadini hanno il diritto di resistenza, e dunque di revoca al potere potere costituito.
Quello liberale è dunque uno stato minimo, a differenza di quello assolutistico che è detto stato massimo. Nello stato liberale il cittadino è libero dallo stato e libero nello stato.




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